Rachel Aviv è una scrittrice affermata: proprio quello che sua madre sognava di diventare. Quando era bambina, era capitato che scrivessero insieme, lei i suoi romanzi, la madre i suoi racconti, puntualmente rifiutati dal New Yorker. Una «fusione» gioiosa, poi diventata «soverchiante ed estenuante», da cui Rachel si è allontanata. La madre, invece, ha continuato a leggere i testi della figlia come se fossero rivolti a lei: richieste di affetto, allarmi, confessioni. Poi anche Aviv è diventata madre, e ha capito: la maternità è forse un’«allerta interpretativa», la continua ricerca nei figli di segni non sempre indirizzati ai genitori. Come mostrano le storie contenute in questo libro. C’è Hannah Upp, che soffre di episodi di fuga dissociativa e scompare senza lasciare traccia, e la madre che la cerca senza sosta. C’è Linda, colta e intelligente ma malata di schizofrenia, che muore da eremita convinta che sia tutto parte del disegno di Dio – un disegno che non comprendeva la figlia. C’è Emma delle Filippine, tata a New York di decine di bambini per mantenere le nove figlie, rimaste oltreoceano. E infine, la storia che ha scioccato il mondo della critica e milioni di lettori, la rivelazione del segreto terribile di Alice Munro, premio Nobel per la letteratura: maestra nel descrivere le emozioni più sottili, ma complice immobile degli abusi del compagno sulla figlia piccola. Con lucidità e sguardo clinico, Aviv parla dei traumi che ereditiamo e tramandiamo inconsapevolmente, del conforto e della paura di sciogliersi nell’altro, che sia figlio o genitore. E con stile raffinatissimo e il passo sicuro della grande scrittrice, affronta la forza distruttrice del dolore, sublimato nella letteratura fino a diventare energia creativa.














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